Il 10 e l’11 settembre scorso, a Edimburgo, si è tenuto il convegno internazionale di ricerca e discussione sul tema legato all’igiene e alla qualità delle carni di selvaggina.

AlpVet ha partecipato al convegno sottoponendo un abstract ed un poster inerente la “Valutazione del pH nelle carni di cervo abbattuti in autunno nelle Alpi italiane occidentali”.

I dati raccolti in questo lavoro sono frutto del lavoro svolto in due stagioni venatorie (2013 e 2014) presso il CA VCO2. I dati sono stati quindi elaborati e discussi anche grazie alla collaborazione del DIVET – Università di Milano e della Sezione di Belluno dell’IZS delle Venezie.

Qui sotto riportiamo, per massima divulgazione tra i nostri lettori, l’articolo tradotto in italiano ed il poster presentato al convegno.


La necessità di disporre di dati inerente la qualità organolettica e la sicurezza delle carni di selvaggina deriva dalla volontà di promuovere questo cibo come risorsa nutrizionale valida. In questa prospettiva, i periodi di caccia potrebbero essere programmati non solo tenendo conto della biologia e dell’ecologia delle specie di selvaggina, ma anche delle condizioni che garantiscono il miglior profilo sensoriale della carne di selvaggina e prodotti.

Nelle Alpi italiane, il Cervo (Cervus elaphus) è cacciato secondo le linee guida nazionali (ISPRA, 2013), a partire dal 15 ottobre di ogni anno, nel periodo post-riproduzione. Come osservato da Gaspar-Lopez et al (2011) nei cervi allevamento, dopo il periodo riproduttivo i maschi adulti sono soggetti ad un eccessivo dimagramento, con diminuzione del peso medio anche di oltre 40 Kg. È interessante notare che risultati simili sono stati registrati anche nelle popolazioni a vita libera della nostra area di studio, il Comprensorio Alpino di Caccia VCO2 – Ossola Nord, in Provincia di Verbania.

La misurazione del pH è in grado di fornire indicazioni in merito al corretto processo di frollatura, evidenziando criticità legate a mancato dissanguamento, stress, temperature di raffreddamento, stato fisiologico del soggetto e/o eccessivo dimagramento (Wiklund, 1996; Pollard et al, 1999; Winkelmayer et al, 2008).

Il nostro studio è stato condotto su 199 cervi abbattuti durante i periodi di caccia 2013-2014 (3 novembre – 4 dicembre 2013; 15 ottobre-23 novembre 2014) nel CA VCO2 al momento della valutazione presso il centro di controllo. Per ogni soggetto si è registrato classe di età, sesso e misure biometriche, l’ora di abbattimento e l’ora di misurazione del pH effettuata con un pHmetro (Delta OHM® HD2105.2). I valori di pH sono stati misurati in ogni carcassa in momenti diversi utilizzando una sonda muscolare nel muscolo semimembranoso.

Relativamente alla valutazione della qualità del prodotto, secondo Wiklund et al (2004), le carni di selvaggina possono essere considerate Dark-Firm-Dry (DFD) quando il pH è superiore a 6,2, e come intermedio DFD quando il pH è compreso tra 5,8 e 6,2. Nel nostro campione, il valore medio di pH di tutti i soggetti è stato 5,55 (Dev Std = 0,24). Considerando distintamente sesso e classi di età, i valori medi di pH sono stati pari a 5,51 (Dev Std = 0,19) in 30 maschi di Classe 0 e 5,51 (Dev Std = 0,24) in 23 femmine di Classe 0; 5,58 (Dev Std = 0,28) in 17 fusoni e 5,51 (Dev Std = 0,25) in 20 sottili; 5,54 (Dev Std = 0,16) in 25 maschi sub-adulti (3-4 anni) e 5,48 (Dev Std = 0,17) in 18 femmine sub-adulte; 5,66 (Dev Std = 0,29) in 25 maschi adulti (> 4 anni) e 5,55 (Dev Std = 0,28) in 41 femmine adulte.

Riprendendo il concetto espresso da Wiklund et al (2004), le carni di selvaggina sono considerate di bassa qualità e quindi Dark-Firm-Dry (DFD) quando il pH è> 6,2, e come intermedio DFD quando pH è compreso tra 5,8 e 6,2, mentre sono considerate di buona qualità e con un corretto processo di frollatura quando il pH delle carni scende al di sotto del valore di 5,8. Nel nostro campione di 16 maschi (5 Classe 0, 3 fusoni, 2 subadulti e 6 adulti) e 13 femmine (3 Classe 0, 2 sottili, 1 sub-adulta e 7 adulte) hanno mostrato valori di pH superiori a 5,8. Tra questi, un fusone e 3 maschi adulti e 1 sottile e 2 femmine adulte hanno mostrato valori di pH superiori a 6,2.

Il test di normalità ha mostrato che la distribuzione dei valori di pH non seguiva una distribuzione normale, e pertanto il confronto statistico tra i sessi e classi di età è stata effettuata con metodi non parametrici. Questo confronto è stato fatto per valori di pH misurato almeno 2 ore dopo l’abbattimento del capo (n = 187), considerando questo come un adeguato periodo di tempo per l’acidificazione carne. Il test U di Mann-Whitney ha mostrato differenze significative tra i due sessi, con valori più alti nei maschi, mentre il test Kruskal-Wallis ed il test della mediana non hanno evidenziato differenze statisticamente significative tra le classi d’età in ogni genere. Tuttavia, a livello di distribuzione del dato a livello temporale, nei maschi adulti è osservabile una tendenza a valori di pH superiori rispetto alle altre classi. Questo è un risultato atteso a causa della condizione di deperimento derivata dal periodo successivo al bramito, in cui si svolge l’attività venatoria nel nostro distretto. Nel complesso, l’acidificazione della maggior parte delle carcasse di cervi cacciati apparso accettabile, essendo inferiore a 5,8. Tra gli animali DFD e Intermedio-DFD, entrambi i sessi e le diverse classi di età erano presenti, e non risulta una specifico rischio per le classi osservate. Tuttavia, in una prospettiva di miglioramento delle prassi di gestione della carcassa, occorre fare particolare attenzione nel caso maschi adulti cacciati nel periodo post-riproduttivo. La possibilità di un confronto con cervi cacciati in altre periodi dell’anno sarebbe auspicabile nell’ottica di ricavare ulteriori informazioni utili per migliorare la qualità della carne del cervo.

 

Dopo l’evidenza del Cesio 137 nei cinghiali nella Provincia di Verbania, è proseguito il monitoraggio della presenza del radionuclide nel territorio anche su altre specie di ungulati selvatici.
Qui sotto riportiamo integralmente l’articolo comparso su La Stampa il 12 settembre 2015 a firma di Cristina Pastore, con l’intervista al nostro Dott. Roberto Viganò e al Dott. Pierluigi Cazzola dell’Istituto Zooprofilattico di Vercelli, in cui si illustrano i risultati preliminari di una ricerca congiunta che presto verrà pubblicata nella sua interezza.

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L’incidenza riscontrata non mette in allarme, ma invita alla sorveglianza. Le concentrazioni di cesio 137 oltre la soglia limite dei 600 becquerel al chilo riguardano meno del 10% dei capi analizzati, al di sotto dunque della media riscontrata con i prelievi che dal 2013, su disposizione regionale, vengono effettuati dai veterinari dell’Asl nei cinghiali abbattuti.  
Il campionamento compiuto l’anno scorso nel periodo venatorio – da ottobre a dicembre – su oltre 300 cervi, caprioli e camosci cacciati nei comprensori alpini Vco 2 e 3 conferma quello che da tempo si sa: la zona – come tante altre aree dell’arco alpino piemontese e lombardo – risente ancora, dopo quasi 30 anni, delle conseguenze dell’esplosione di Chernobyl. Le piogge, nei giorni seguenti all’incidente nucleare, riversarono radioattività, a «macchia di leopardo»: non tutti i terreni le assorbirono nella stessa quantità.  
Eppure la ricerca condotta in Ossola, presenta aspetti di novità. A breve sarà oggetto di una pubblicazione scientifica ed è stata elaborata Pietro Cazzola, responsabile della sede di Vercelli dell’Istituto zooprofilattico di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, e dal Roberto Viganò, veterinario di Crodo e parte dell’équipe dello studio AlpVet. L’obiettivo che si sono dati è comprendere come le abitudini alimentari e le frequentazioni territoriali delle tre specie di ungulati li espongano alla radioattività. 
«Per il cervo abbiamo rilevato una situazione molto tranquilla: si alimenta di ciò che sostanzialmente non accumula cesio. Diverso è per i caprioli: frequentano gli stessi territori dei cervi, ma si nutrono di altro, in particolare tra agosto e settembre di un tipo di fungo che determina picchi di positività, poi smaltita nei mesi successivi» spiega Viganò, evidenziando come il capriolo in Europa sia la specie in questi termini più monitorata. 
Il lavoro scientifico prosegue analizzando i camosci, ed è in questi animali che si rileva una presenza più uniforme di cesio radioattivo. «Dobbiamo capire quale vegetale, che mangiano tra ottobre e novembre, porti a questo accumulo» rimarca il veterinario.  
Lo studio si proponeva anche di provare l’efficacia di una nuova metodica di analisi, più rapida rispetto a quella normalmente utilizzata. «L’incidenza tra la popolazione di patologie riferibili all’eventuale contaminazione non allarmano – conclude Cazzola – ma il problema non è da sottovalutare, faremo un monitoraggio mirato, più efficace».

 

 

La Sezione FIDC di Varese e la Provincia di Varese organizzano in collaborazione con AlpVet il "Corso di abilitazione per aspiranti cacciatori di cinghiale in forma collettiva".

Il corso, conforme ai requisiti ISPRA, si terrà presso la Sala Convegni di Villa Recalcati (sede della Provincia di Varese), in Piazza Libertà nr 1.

Il corso avrà inizio il 22 settembre.

Il programma del corso (scaricabile in dettaglio qui) svilupperà le seguenti tematiche:

  • Etica venatoria
  • Generalità sugli ungulati
  • Concetti di ecologia applicata
  • Metodi per la stima quantitativa delle popolazioni
  • Epidemiologia e patologie del cinghiale
  • Biologia del cinghiale
  • Riqualificazione ambientale e faunistica
  • Impatto della specie e immissioni
  • Prelievo
  • Quadro normativo
  • Tecniche di prelievo
  • Balistica
  • Recupero dei capi feriti
  • Trattamento dei capi abbattuti

È inoltre prevista una parte esercitativa pratica di maneggio armi presso un poligono.

Modalità di iscrizione: 

Iscrizione: Costo € 100,00 (esclusi costi poligono che verranno comunicati successivamente).

Per l’iscrizione è necessario compilare e inviare il modulo allegato per fax, mail o di persona, unitamente al versamento dell’anticipo di € 50,00 (o copia bonifico bancario) alla sede della FIDC Sezione Provinciale di Varese ai recapiti riportati in fondo al presente modulo entro il giorno 15/09/2015.

Conferma iscrizione: Le iscrizioni vengono prese in considerazione in base all’ordine di arrivo con la precedenza per i residenti nella provincia di Varese. Il corso avrà luogo al raggiungimento del numero minimo di 40 partecipanti (max 60). Entro il 18/09/2015 verrà comunicata la conferma di iscrizione e inizio corso; nel caso in cui fosse indicato un indirizzo di posta elettronica, il corsista riceverà la conferma a mezzo mail.

Per informazioni:

Segreteria FIDC Varese
Tel/Fax: 0332-282074 e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Martedì e Venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 17 - Mercoledì e Giovedì dalle 9 alle 13

Segreteria AlpVet
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ulteriori informazioni su disponibili su www.fidc-va.eu

 

 

La Federazione Interregionale degli Ordini dei Medici Veterinari di Piemonte e Valle d’Aosta e l’Associazione Culturale Veterinaria del Nord Ovest in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino organizzano un Corso di formazione teorico-pratico sulle catture di fauna selvatica inerente aspetti anestesiologici, gestionali e tecnico-scientifici.

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Il corso si svolgerà a Crodo (Prov. Verbania) nelle giornate del 12-13 e 19-20 settembre 2015.

Lo staff di AlpVet è parte attiva del corpo docente, oltre che responsabile scientifico del corso.

Il corso sarà strutturato su moduli didattici che prevedono anche diverse ore di pratica e di esercitazione.

Il corso si pone l’obiettivo di approfondire le conoscenze sugli aspetti relativi alla progettazione, pianificazione e gestione delle operazioni di cattura, nonché quelli legati al trasporto e rilascio degli animali selvatici, quale supporto alla gestione faunistica, in modo particolare per quanto concerne gli ungulati di montagna ed i grandi carnivori.

I partecipanti al corso, attraverso attività teorico–pratiche in aula e sul campo, affronteranno e discuteranno argomenti quali: la progettazione degli interventi in campo, i protocolli operativi, i metodi di cattura, le modalità di raccolta dati nonché il monitoraggio e la gestione dell’anestesia. In questo ambito, saranno inoltre affrontate le implicazioni legate alla salute ed al benessere degli animali, ma anche le implicazioni sanitarie correlate alla cattura ed allo spostamento degli animali selvatici.

Per il corso sono previsti 42 crediti ECM.

Il corso è riservato a 20 Medici Veterinari.

Il Modulo di Iscrizione e sono reperibili sui siti di tutti gli Ordini Provinciali dei Medici Veterinari della Regione Piemonte e Valle d’Aosta e sul sito http://www.alpvet.it

Informazioni:

Segreteria Associazione – tel. 3351220656 – fax: 011-5503044 – email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Segreteria ECM – DSV Sig.ra Laura Costa – tel. 011-6708843 – fax: 011-6708682 – email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

Alla luce di alcuni recenti casi, segnalazioni e anche cattiva informazione, riteniamo opportuno far chiarezza su un tema che è sempre più attuale: la malattia di Lyme.

Cosa si sa delle zecche? E cosa si sa della malattia di Lyme?

Non è nostro compito scrivere un trattato sulle zecche e nemmeno sul Lyme, ma fornire a chi legge le informazioni necessarie per non commettere errori, non entrare in situazioni di panico e mettere in atto le semplici azioni atte a prevenire l’insorgenza della patologia.

Le zecche sono degli artropodi con i quali è sempre più facile imbattersi passeggiando nei nostri boschi. Le zecche possono trasmettere diverse zoonosi, più o meno pericolose per l’uomo: la borreliosi o Malattia di Lyme è una di queste. Tra l’altro, la borreliosi è una delle patologie attualmente a maggior diffusione anche a livello italiano. Dai primi casi segnalati sulle Alpi orientali, attualmente assistiamo a episodi sempre più frequenti anche nel resto d’Italia.

Spesso si dice che la Borreliosi viene trasmessa con il “morso” della zecca. Questa frase ha di fatto generato gravi errori. Vediamo il perché.

Le zecche nell’arco della loro vita compiono diverse metamorfosi prima di arrivare allo stadio adulto. Per fare ciò devono compiere pasti di sangue su più ospiti, che a seconda della situazione possono essere uccelli, microroditori, rettili, piccoli mammiferi, ungulati, carnivori e uomo. Se il pasto di sangue avviene su un ospite reservoir della patologia (microroditori), la zecca può assumere all’interno del suo organismo Borrelia, e veicolarlo nel prossimo ospite.

Ciclo delle zecche dei boschi (Immagine tratta da http://www.cdc.gov/)

Ciclo delle zecche dei boschi (Immagine tratta da http://www.cdc.gov/)

Se tornando a casa da un passeggiata nel bosco ci troviamo una zecca attaccata, non dobbiamo preoccuparci più di tanto, perché quella zecca o sta ancora cercando il posto migliore dove iniziare il suo pasto di sangue, oppure ha appena iniziato a succhiare. In questa fase, la zecca, anche se infetta, non è stata ancora in grado di trasmettere nulla. Infatti la zecca trasmette i patogeni che ha accumulato durante il suo ciclo vitale solo quando si stacca dall’ospite. È infatti in quel momento che la zecca, terminata la fase di assunzione dei fluidi, effettua un rigurgito all’interno dell’ospite.

Stadio giovanile di una zecca: attenzione a confonderla con dei nei (Immagine di Roberto Viganò)

Stadio giovanile di una zecca: attenzione a confonderla con dei nei

L’usanza tradizionale di utilizzare alcoli, benzine, olii, fiamme libere, aghi roventi e quant’altro di assurdo si possa usare per staccare la zecca rappresentano errori gravissimi: infatti queste metodiche tendono a far staccare la zecca in maniera naturale, ma prima che la zecca si stacchi, questa effettua il rigurgito ed è in quel momento che può infettarci.

È quindi importante controllare sempre al ritorno da un passeggiata se abbiamo qualche zecca addosso e rimuoverla quanto prima con l’ausilio di una normale pinzetta: prendendo la zecca nel punto più aderente possibile alla cute, si ruota leggermente e contemporaneamente si tira per estrarre il rostro infisso nella cute. Se questo dovesse rompersi, lo si può togliere in un secondo momento come se fosse una semplice spina o scheggia. Non gettate la zecca, ma conservatela in alcool per eventuali indagini di laboratori.

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Metodo corretto di rimozione della zecca (Immagine tratta da http://www.cdc.gov/)

Una volta rimossa è fondamentale tenere sempre controllata la zona per almeno i successivi 30/40 giorni, in modo da valutare se nell’area colpita compaia il tipico segno della malattia di Lyme, chiamato anche eritema migrante. Questa lesione viene chiamata anche lesione a bersaglio, proprio per la particolare colorazione rossa nelle immediate vicinanze del punto di attaccatura della zecca, dell’alone bianco intorno e del segno rossastro che circonda la zona in maniera sfumata. Potrebbero verificarsi anche situazioni con febbre, stanchezza e ingrossamento dei linfonodi.

Tipica lesione a bersaglio da Malattia di Lyme (Immagine tratta da http://hardinmd.lib.uiowa.edu)

Tipica lesione a bersaglio da Malattia di Lyme (Immagine tratta da http://hardinmd.lib.uiowa.edu)

In questo caso rivolgetevi ad un medico, e fate ben presente che siete stati morsi da una zecca, in modo da agevolare la diagnosi.

Evitate l’uso di antibiotici a scopo profilattico dopo una puntura di zecca per due motivi principali: in primis si potrebbero verificare delle antibiotico-resistenze, ed in secondo luogo l’antibiotico potrebbe coprire l’unico segno patognomonico della malattia che è l’eritema migrante, impedendo di fatto una diagnosi corretta. L’antibiotico va somministrato solo dopo la comparsa dell’eritema migrante e dopo un’accurata visita medica.

Diffidate per quanto possibile dai vari siti internet, in cui è più facile incappare in informazioni sbagliate o mezze verità. Per chi volesse approfondire il tema suggeriamo questi link in cui potete trovare informazioni aggiornate e di altissimo livello:

Linee guida sulla Borreliosi di Lyme – Centro di riferimento regionale per lo studio e la sorveglianza epidemiologica della Malattia di Lyme

http://www.antropozoonosi.it/Malattie/Malattia%20di%20Lyme/Malattia%20di%20Lyme.htm

La Borreliosi di Lyme a cura della Prof.sa Marina Cinco – Dipartimento di Scienze Biomediche, Sez. Microbiologia Università Trieste

Centers for Disease Control and Prevention

American Lyme Disease Foundation

Canadian Lyme Disease Foundation

http://www.lymeinfo.net/

 

 

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